A Jyhad Manifesto

Se c’è una parola, un simbolo, uno fnord che ha condizionato la cultura dominante mondiale negli ultimi anni, quella parola è stata proprio jihad. La “guerra santa”, il conflitto tra culture diverse nel nome dell’odio cieco, lo scontro destinato a portare alla morte l’una o l’altra civiltà, pena la disfatta totale. Almeno a voler credere ai mass-media, s’intende. E così, mentre tutto il mondo era intento ad accumulare paura verso qualcosa che — se mai è esistito — esisteva esclusivamente nella mente di chi aveva tutto da guadagnare da un regime di terrore, un pericolo reale e tangibile prendeva possesso del più grande patrimonio dell’umanità intera, la creatività: lo sfruttamento commerciale.

Tramutando dapprima il soddisfacimento dei bisogni in mercato, e poi in consumo fine a sé stesso, il sistema commerciale ha tarpato le ali ad un’intera generazione di creatori, attraverso le armi della grande distribuzione, del copyright, e del divieto di libero scambio e diffusione delle proprie opere dell’ingegno. Il peer-to-peer veniva demonizzato e criminalizzato, la ricerca del sostentamento personale attraverso la diffusione dei propri lavori veniva proibita, in favore della vendita ai fini di lucro del circuito mainstream, aiutata da una legislazione retrograda, che da sempre agevola chi può in partenza vendere un prodotto di scarsa qualità ad un grande pubblico, destinando la creatività di molti singoli outsiders ad un futuro di rinunce, dopo molti sacrifici di tempo e risorse.

Eppure, secondo noi, esiste una via d’uscita da questo circolo vizioso. Un modo differente di vivere i propri sforzi in ogni fase del processo creativo, che sia prima, durante o dopo l’atto stesso della creazione. Una fuga dal sistema imperante, che richiede sforzo e impegno, ma che si fa forte dell’apporto contributivo — sia sul piano creativo che organizzativo — di altri come noi. Una sorta di jyhad quotidiana per il riconoscimento e l’affermazione di idee e opere che non devono essere abbandonate soltanto perchè il Grande Fratello mediatico si rifiuta di diffondere ciò che non vende, come ciò che si rivela in grado di mettere in discussione lo status quo.

E allora abbiamo deciso di operare un detournement su una parola continuamente ripetuta per generare terrore, per farla divenire qualcosa che generasse arte e creatività. Dal jihad [ǧihād], maschile e legato a delle bugie, alla jyhad [Өihād], femminile e con la “y”, intesa come battaglia per l’affermazione dei propri sforzi artistici. Non più conflitti nati per distruggere, ma collaborazione per produrre qualcosa di nuovo. Ecco la nostra Daily Jyhad.